Per i comuni mortali, l’acronimo MASE sta per Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Quest’ultima, chiamata anche ampollosamente “transizione ecologica”, indica il passaggio dai sistemi basati sui combustibili fossili (carbone, petrolio, gas) alle fonti rinnovabili (sole, vento, acqua), con l’aggiunta, da parte del Governo in carica, del ripristino dell’uso dell’energia nucleare. Contrariamente a quanto l’uomo della strada possa pensare, il MASE, sotto la guida di Gilberto Pichetto Fratin, ministro di lungo corso e parlamentare di Forza Italia, si è occupato soprattutto di transizione energetica più che di ambiente: un ambito complesso e diversificato che abbraccia numerose discipline scientifiche e dovrebbe, pertanto, vedere impegnate diverse figure professionali.
Tra queste, quella dei biologi, che per la tipologia del loro percorso di studi e per le molteplici competenze professionali hanno una funzione preponderante in campo ambientale. Basti pensare che il degrado ambientale può influenzare anche l’espressione dei nostri geni e avere conseguenze sulla salute, mentre l’inquinamento, le microplastiche e i prodotti della degradazione chimica e biologica sono oggetto di studio per i possibili effetti sull’insorgenza di diverse patologie.
Tuttavia, non solo i biologi, ma anche chimici e medici – vale a dire proprio quelle figure che studiano e praticano l’ecotossicologia, l’epigenetica, l’epidemiologia, l’etologia, la botanica e la zoologia, ambiti scientifici dai quali scaturiscono le interazioni tra salute umana e salubrità ambientale – al MASE sono ancora rara avis. Ebbene sì: l’ambiente interessa poco il dibattito politico-istituzionale e, al Ministero, le “truppe cammellate” di Pichetto Fratin sono prevalentemente composte da ingegneri, architetti, geologi, economisti e fisici: professionisti certamente utili nei processi di transizione energetica e sul versante dell’energia nucleare. Si dirà che il MASE può avvalersi delle consulenze dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), che funge da organo tecnico. Ma ciò non vale, o almeno non sempre, intorno ai tavoli tecnici dove il decisore politico compie le proprie scelte.
È quindi ben strano che il Ministro, proprio in concomitanza con la calura eccezionale del solleone, abbia rivolto lo sguardo verso i fenomeni biologici, biochimici e biofisici alla base delle trasformazioni ambientali, chiedendo la collaborazione di tutti gli stakeholder, e che solo ora ponga l’accento sul fenomeno della desertificazione conseguente alla crisi idrica. Insomma, più che concentrarsi esclusivamente sulla quantità di anidride carbonica presente in atmosfera, il cui aumento contribuisce all’effetto serra, occorrerebbe tenere sotto controllo e implementare le cosiddette aree umide, fondamentali per contrastare la desertificazione e la progressiva modificazione di territori precedentemente fertili.
Le aree umide sono infatti ecosistemi ad alta diversità faunistica e vegetazionale, nei quali la relazione tra vegetazione, flussi e disponibilità idriche favorisce elevati livelli di biodiversità. Tenere sotto controllo la biodiversità naturale, violentata dall’antropizzazione – insediamenti umani e industriali, deforestazione, consumo e dispersione delle risorse idriche – significa anche preservare gli equilibri degli ecosistemi e contrastare i fenomeni di aridità. Per dirla tutta: non bastano i pannicelli caldi dei trattati, puntualmente sottoscritti dal consesso delle nazioni mondiali. Non basta una transizione ecologica che spesso finisce per essere figlia delle politiche industriali legate alla produzione di fonti “green”, accompagnate da incentivi economici che ne favoriscono produzione e utilizzo. La protezione dell’ambiente non può essere ridotta a politiche dettate da convenienze e guadagni. Né il ricorso al nucleare, di per sé, è risolutivo: non basta diminuire l’impatto ambientale e ridurre gli inquinanti se non si guarda, nel suo complesso, alla tutela dell’ecosistema: flora, fauna, aria e acqua, protezione dei mari e dei fiumi, verifica degli impatti ambientali e sostegno all’economia circolare, che consenta di recuperare e riutilizzare materiali e rifiuti.
Tutto questo sembra mancare nel dibattito politico e nelle corde della politica del Ministero dell’Ambiente, che tardivamente lancia l’allarme, rischiando di confondere l’effetto – il calore – con la causa, ossia la complessa alterazione degli equilibri climatici e ambientali. Fuor di metafora: il deserto ci cinge d’assedio e Pichetto Fratin sembra il capitano Giovanni Drogo del romanzo di Dino Buzzati, “Il deserto dei Tartari”. Come Drogo, che dalla Fortezza Bastiani scruta per anni un orizzonte dal quale attende l’arrivo del nemico, anche il Ministro sembra scrutare un fenomeno che non è più soltanto all’orizzonte: il cambiamento climatico è già dentro le mura della nostra civiltà. E ad affrontarlo non bastano proclami e politiche energetiche: occorre comprendere l’ambiente nella sua complessità e valorizzare i professionisti che se ne occupano. Biologi in testa.
Sen. Dott. Vincenzo D’Anna
Presidente Fnob




