Roma, 29 settembre 2026 (Agenbio) – Un’alterazione del gene PAX5 individua un sottogruppo di leucemia linfoblastica acuta (LLA) pediatrica a prognosi sfavorevole. A evidenziarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Blood dai ricercatori della Fondazione Tettamanti, che ha anche individuato un possibile bersaglio terapeutico. I ricercatori hanno osservato che il sottogruppo di pazienti in cui questo gene risulta “riarrangiato”, cioè fuso in modo anomalo con un altro gene, presentano, fin dalla diagnosi, alcune caratteristiche cliniche di rischio più marcate. Tra queste vi è in particolare una conta più elevata di globuli bianchi rispetto agli altri bambini con LLA, ma privi di questa alterazione. Il dato più rilevante riguarda però l’andamento della malattia dopo l’inizio della terapia: i pazienti che eliminano rapidamente la malattia minima residua (MRD), ovvero le poche cellule leucemiche ancora rilevabili con tecniche molecolari dopo le prime settimane di terapia, hanno una prognosi eccellente, del tutto sovrapponibile a quella degli altri bambini con LLA. Chi invece, al termine dell’induzione, ovvero la prima fase della terapia, che ha l’obiettivo di eliminare la maggior parte delle cellule leucemiche, presenta ancora tracce misurabili di malattia minima residua ha un esito significativamente peggiore rispetto a bambini con lo stesso livello di MRD, ma senza il riarrangiamento di PAX5. Entrambi i gruppi di pazienti sono stati trattati all’interno dello stesso studio clinico e con la stessa terapia intensificata, prevista per i pazienti a maggior rischio. Si tratta di un segnale che le attuali strategie di trattamento non riescono ancora a colmare del tutto questo svantaggio. «Nel corso dello studio i ricercatori hanno anche individuato un possibile bersaglio terapeutico. Le cellule leucemiche PAX5-r (cioè con il riarrangiamento del gene PAX5) – spiega Nicolò Peccatori, primo autore della ricerca – producono in eccesso la proteina codificata dal gene FLT3, che ne sostiene la crescita. Nei modelli preclinici sviluppati in laboratorio a partire dai campioni ottenuti dai pazienti, abbiamo osservato che queste cellule sono particolarmente sensibili al gilteritinib, un farmaco che blocca l’attività di questa proteina e che è già utilizzato in clinica contro altri tipi di leucemie, sia da solo sia in combinazione con il desametasone, uno dei farmaci cardine della terapia della LLA». (Agenbio) Etr 9:00




