Roma, 14 settembre 2026 (Agenbio) – La memoria immunitaria non è appannaggio esclusivo dei linfociti. È questa la premessa che ribalta uno studio pubblicato su Nature Immunology dall’Università di Rochester, che ha identificato nei polmoni una popolazione di monociti — cellule dell’immunità innata finora considerate di transito — capaci di persistere nel tessuto polmonare per mesi dopo una infezione influenzale e di sostenere attivamente la sopravvivenza e la funzionalità delle cellule T della memoria.
L’immunità innata è la prima linea di risposta dell’organismo, rapida ma aspecifica. L’immunità adattiva, sostenuta da linfociti T e B, è più lenta ma precisa, e genera la memoria immunologica che permette di rispondere in modo efficace ai patogeni già incontrati. Il confine tra questi due sistemi è sempre stato considerato netto: i monociti appartengono al primo, le cellule T al secondo e il loro dialogo si riteneva limitato alla fase acuta dell’infezione. Lo studio dimostra invece che una sottopopolazione di monociti caratterizzata da elevata espressione di galectina-1 rimane nel tessuto polmonare ben oltre la risoluzione dell’infezione, dove continua a interagire con le cellule T della memoria attraverso segnali molecolari specifici che ne mantengono la vitalità e la funzionalità. Le implicazioni per la vaccinologia sono rilevanti. Uno dei limiti dei vaccini antinfluenzali tradizionali a somministrazione intramuscolare è che inducono una buona protezione sistemica, ma una risposta locale nelle vie aeree superiori e nel parenchima polmonare non sempre ottimale, il primo sito di contatto con il virus. Comprendere che la memoria immunitaria polmonare dipende non solo dalle cellule T ma anche dal supporto di monociti residenti suggerisce che strategie vaccinali capaci di attivare o potenziare questa popolazione cellulare potrebbero tradursi in una protezione più robusta e duratura a livello locale, riducendo contagio e trasmissione e non solo le forme gravi di malattia. (Agenbio) Emanuela Birra 13:00




