Professioni sanitarie non mediche. Ancora figli di un Dio Minore?
Gentile Direttore,
sono a scrivere non per una delle solite lamentazioni riguardanti, nello specifico, la professione sanitaria che ho l’onore e l’onere di rappresentare, quella dei Biologi e dei Biotecnologi, quanto per quella ben più vasta platea dei professionisti sanitari “non medici”.
Una platea che, tra Biologi, Farmacisti, Veterinari, Psicologi, Chimici e Fisici, si compone di quasi trecentomila professionisti, tutti ormai stabilmente annoverati nel comparto delle professioni sanitarie.
Non indulgerò nel rimarcare quali e quanti meriti questi professionisti abbiano maturato dentro il Servizio Sanitario Nazionale che, appunto, si avvale della loro opera. Parliamo anche di quella svolta nei momenti critici e drammatici, che ha consentito all’intero sistema di funzionare egregiamente. Basterà, in tal senso, pensare che tale benemerita attività si è mostrata in tutto il suo virtuoso spessore nella stagione della pandemia da Covid-SARS, insieme, ovviamente, a Medici, Infermieri e Tecnici sanitari.
Buona parte di questi “camici bianchi”, soprattutto quelli che svolgono un’attività libero-professionale oppure presso strutture private accreditate, continua a subire un’ingiusta avversità di sorte, a patire alcune discriminazioni, fatta oggetto degli strali dovuti a pregiudizi squisitamente ideologici di coloro che idolatrano la cosiddetta “Sanità pubblica”.
Quest’ultima intesa come un comparto al quale si attribuisce una superiore eticità dei fini perché gestita direttamente dallo Stato e quindi priva del profitto, confuso ad arte dagli adoratori dello Stato con i profittatori.
Tuttavia, i due comparti dovrebbero essere considerati equipollenti per la missione portata avanti, che è univoca rispetto a quella statale, ossia quella della presa in carico e della cura dei malati.
Ma il pregiudizio politico è radicato al punto tale che la mistificazione terminologica tra servizio pubblico, accessibile e gratuito, continua a essere spacciata per la gestione statale del medesimo.
E tuttavia la discriminazione verso ciò che non è statale si estende anche a tutto ciò che non è medico: un altro paradigma che riporta ad antichi privilegi e inveterati pregiudizi, che confondono l’agire del professionista sanitario con quello del professionista medico.
L’ultima di queste discriminazioni è cessata da poco tempo, ancorché sia durata per più di mezzo secolo: parliamo della formazione specialistica, degli accessi alle Scuole di Specializzazione e della borsa da riconoscere anche agli specializzandi non medici.
Va ringraziato l’attuale Esecutivo di Governo e i Ministeri preposti, per aver finalmente superato le due lacune di base: l’aggiornamento della programmazione del fabbisogno dei posti nelle Scuole di Specializzazione – oggi sono 1.520 quelli destinati ai non medici – e il riconoscimento di una borsa anche per quegli specializzandi.
L’entità economica della borsa è meramente figurativa, appena un quarto di quella che percepiscono i laureati medici, ma apre finalmente un varco nel granitico muro della disuguaglianza.
Ma la vicenda presenta ulteriori complicazioni e discriminazioni: innanzitutto quelle previste da una legge vecchia di quasi mezzo secolo, la 398 del 1989, e dal decreto interministeriale 13 aprile 1999, che fissano a 7.500 euro il limite di reddito per poter beneficiare della borsa.
Giova evidenziare che diverse Regioni hanno fissato borse per gli specializzandi di tenore economico superiore e, come tali, limitano la possibilità di beneficiare di quella statale.
Insomma, valgono analoghi limiti di reddito per i medici e per i “non medici”, pur in presenza di un’abissale differenza economica tra le due borse!!
Siamo innanzi alla più grande delle ingiustizie, che è quella di fare parti uguali – vincoli di reddito – tra diseguali – entità delle borse percepite!!
Eppure, in Parlamento ci si affanna nella gara a chi debba finanziare adeguatamente il SSN, che comunque ha ricevuto un cospicuo incremento di diversi miliardi di euro del Fondo, ma si lesina su una manciata di qualche decina di milioni!
Eppure la crisi che attanaglia le famiglie italiane per i costi energetici riguarda anche quelle dei giovani laureati non medici, che devono sopportare spese per viaggi e alloggio.
Nel calderone della spesa statale si sono riversati miliardi di euro per le più disparate esigenze. Ed in ultimo la vicenda dell’esclusione dei Biotecnologi dalle borse ancorché con apppsoro decreti del MUR siano state rese equipollenti le loro lauree a quella dei biologi. Una clamorosa distrazione. In conclusione è possibile mai che la sorte della nostra economia dipenda da quattro spiccioli?
Che ci siano ancora i figli di un Dio Minore?
Sen. Dott. Vincenzo D’Anna
Presidente della FNOB




