Un’umanità centenaria popolerà la Terra; il genere umano vivrà ben oltre l’attuale aspettativa di vita. È questa la buona novella che ci consegna la meravigliosa scienza della vita: la biologia.
Il responso viene dalla genetica, dalla capacità ormai raggiunta dall’uomo di intervenire direttamente sul DNA, correggendo ciò che induce malattia e decadimento psicofisico. Il sogno di vivere molto più a lungo e in condizioni di buona salute è oggi più vicino di quanto si possa immaginare. La medicina cosiddetta predittiva e di precisione, grazie alle scoperte dei biologi e dei medici, utilizza particolari tecniche di editing genomico, ossia tecnologie di estrema precisione che consentono di modificare il DNA delle cellule e degli organismi, inserendo, rimuovendo o correggendo specifiche sequenze di geni deputati a regolare, attivare o sopprimere funzioni biologiche. In termini semplici, e con l’approssimazione necessaria a rendere comprensibili concetti tanto complessi, proveremo a spiegare di cosa si tratta.
La storia scientifica recente prende avvio dalla scoperta di metodiche che permettono di “tagliare e cucire” il DNA come farebbe un sarto con la stoffa di un vestito. In questo modo è possibile rimuovere o modificare una determinata regione del patrimonio genetico responsabile di una patologia, come avviene in molte malattie genetiche rare. Va da sé che non tutte le malattie dipendono da una sola alterazione genetica. Per fare un esempio, nel cancro, malattia estremamente complessa, i geni coinvolti sono spesso centinaia: risulta quindi impossibile pensare di riparare una così vasta e articolata rete di alterazioni.
Ciò che invece rappresenta una conquista straordinaria è la possibilità di intervenire direttamente sul codice genetico, aprendo alla medicina un orizzonte completamente nuovo: quello della medicina predittiva e di precisione. In buona sostanza, individuare la malattia direttamente nel DNA e predisporre una terapia costruita sulle caratteristiche biologiche del singolo paziente, superando l’antica abitudine di trattare con la medesima cura tutti coloro che risultano affetti dalla stessa patologia.
Già oggi, per molte neoplasie, non basta più il semplice esame istologico del tessuto tumorale: si procede anche alla caratterizzazione molecolare e genetica del tumore, così da scegliere la terapia più efficace e mirata. Ma la tecnica del “taglia e cuci” genetico, come quasi sempre accade nella ricerca scientifica, ha aperto la strada a conoscenze ancora più avanzate. È questo il caso della sua versione 2.0: non intervenire più tagliando il DNA, ma regolare l’espressione dei geni. Immaginate una traccia musicale sulla quale sia possibile modificare il volume. In questo caso non si cambia la musica, ma se ne regola l’intensità: si può aumentarla, diminuirla oppure azzerarla. Così funziona l’editing epigenetico. Si è passati, per così dire, dalle forbici ai post-it, intervenendo sui regolatori dell’espressione genica, una sorta di sofisticato mixer biologico che modifica l’attività dei geni senza alterarne l’integrità. Il DNA resta la partitura; i marcatori epigenetici sono i pulsanti del mixer. Non cambiano la melodia della vita, ma decidono se essa debba essere suonata forte, piano oppure restare silenziosa. In questo modo diventa possibile spegnere geni coinvolti nella produzione del colesterolo LDL, il cosiddetto colesterolo “cattivo”; riattivare i geni fetali dell’emoglobina, oppure tagliare quelli difettosi per curare la talassemia, nota anche come anemia mediterranea; oppure contrastare alcuni tumori, riaccendendo geni oncosoppressori che, nel corso della malattia, erano stati silenziati.
In sostanza, comprendere la funzione di ciascun gene e modularne l’attività senza distruggere la cellula. Il mondo della ricerca e le industrie biotecnologiche lavorano senza sosta per sperimentare terapie geniche sempre più efficaci e destinate a un impiego clinico diffuso. Entrati nel sancta sanctorum della vita, ci accingiamo a debellare numerose patologie e, forse, a rallentare i processi di decadimento cellulare. Ciò significa organi più resistenti, una migliore qualità della vita e una possibile maggiore longevità. Secondo autorevoli uomini di scienza sono già nati coloro che supereranno agevolmente i cento anni e che potranno beneficiare di cure e tecnologie oggi appena immaginabili.
Resta però un interrogativo che appartiene non più alla scienza, bensì alla filosofia, alla sociologia, all’economia e all’umanesimo. Quale nuovo modello di società nascerà da queste opportunità? Aumenteranno l’aggressività, il desiderio di potenza e di ricchezza, l’eterna tentazione faustiana dell’immortalità? Cresceranno i pregi dell’uomo oppure i suoi difetti? Prevarrà una visione più solidale ed ecumenica del mondo oppure la volontà di dominarlo? L’uomo saprà ammirare la straordinaria perfezione del creato oppure finirà per credersi egli stesso Dio, soltanto perché avrà imparato a decifrare e manipolare i meccanismi della vita?
Forse, a questo punto, vale la pena richiamare il mito della Sibilla Cumana, che ottenne dagli dèi l’immortalità, ma non l’eterna giovinezza. Consumata dal tempo, decrepita e ormai inutile, finì con l’implorare la morte come unica liberazione. Perché vivere più a lungo è certamente una conquista, ma occorre vivere meglio, e comprendere e dare senso ad una vita più lunga, resta una sfida che nessuna tecnologia potrà risolvere da sola. Tutto resta nelle mani dell’Uomo, che sia un bene oppure un male nessuno può saperlo.
Sen. Dott. Vincenzo D’Anna
Presidente Fnob




