Prima radiografia in orbita: un passo avanti nella diagnosi dei danni ossei da microgravità

Roma, 5 agosto 2026 (Agenbio) – Il 22 dicembre 1895, Wilhelm Röntgen fotografò la mano della moglie Bertha con i raggi X, producendo la prima radiografia della storia. Centotrent’anni dopo, a bordo della missione privata Fram2 di SpaceX in orbita polare, un equipaggio di astronauti non professionisti ha replicato quel gesto — una mano con un anello, lo stesso soggetto — compiendo per la prima volta una radiografia nello spazio. I risultati, pubblicati su Radiology, dimostrano che le immagini ottenute in microgravità hanno una qualità diagnostica valida: un passo concreto verso una medicina spaziale capace di gestire emergenze senza dipendere dal supporto terrestre.

Fare una radiografia in orbita non è banale. Il dispositivo deve essere leggero, wireless e ultraportatile; il soggetto, a differenza di quanto accade in ospedale, non è immobile ma fluttua; e i margini di sicurezza in un ambiente confinato come quello di una capsula orbitale sono necessariamente più stretti. Il dispositivo utilizzato è lo stesso impiegato a bordo campo negli eventi sportivi o nelle aree rurali prive di strutture ospedaliere. Dopo una formazione di sole quattro ore, l’equipaggio ha eseguito radiografie di mano, addome, bacino e torace, trasmettendo le immagini a un computer di bordo per l’analisi immediata. Radiologi indipendenti, confrontando le immagini orbitali con quelle acquisite prima e dopo il lancio, le hanno giudicate diagnosticamente attendibili, con qualche limitazione nel posizionamento dei soggetti, inevitabile in assenza di gravità. La possibilità di eseguire radiografie in orbita sarà particolarmente rilevante per monitorare i danni ossei indotti dalla microgravità, una delle principali criticità fisiologiche delle missioni prolungate, e per gestire traumi acuti in assenza di supporto medico terrestre immediato. (Agenbio) Emanuela Birra 11:00