Roma, 16 luglio 2026 (Agenbio) – Per molti pazienti con leucemie acute, il trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche rappresenta una delle principali opzioni terapeutiche, ma la recidiva di malattia dopo la procedura resta una delle cause più importanti di fallimento del trattamento. Un nuovo studio internazionale del consorzio HLALOSS, pubblicato sul Journal of Oncology e coordinato dal prof. Luca Vago dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e dell’Università Vita‑Salute San Raffaele, chiarisce perché alcune leucemie riescono a sfuggire al controllo del sistema immunitario del donatore e propone strumenti per prevedere questo rischio e orientare in modo più mirato la scelta del donatore e delle terapie in caso di recidiva.
Il team ha analizzato 533 recidive di neoplasie ematologiche dopo trapianto allogenico raccolte in 27 centri di 7 Paesi. Le leucemie acute – mieloide (AML) e linfoblastica (ALL) – sono malattie delle cellule staminali emopoietiche caratterizzate da blocco della maturazione e proliferazione incontrollata di cellule immature; in Italia si registrano complessivamente circa 15.600 nuove diagnosi di leucemia all’anno, con un’incidenza di 3‑4 casi ogni 100mila persone per l’AML e di circa 2 casi ogni 100mila per l’ALL.
Nonostante i progressi terapeutici, la prognosi rimane impegnativa: la sopravvivenza a cinque anni è intorno al 30% per l’AML negli adulti, con esiti migliori nei pazienti più giovani, mentre per l’ALL può raggiungere il 60‑70%. Il trapianto allogenico sfrutta il fenomeno graft‑versus‑tumor, in cui le cellule immunitarie del donatore riconoscono e attaccano le cellule leucemiche residue, ma la recidiva dopo trapianto è ancora la principale causa di morte in questo contesto e spesso è legata alla capacità della leucemia di rendersi ‘invisibile’ al sistema immunitario.
Il nuovo studio mostra che in circa il 15,6% delle recidive le cellule leucemiche perdono specifiche molecole HLA (Human Leukocyte Antigens), fondamentali per permettere al sistema immunitario di distinguere le cellule proprie da quelle estranee. Quando queste molecole HLA non sono più espresse, le cellule tumorali non vengono più riconosciute come estranee dalle cellule immunitarie del donatore, sfuggono all’attacco immunitario e possono riprendere a proliferare, con una frequenza che varia a seconda del tipo di donatore utilizzato.
Nella pratica clinica, i ricercatori hanno sviluppato uno strumento informatico in grado di stimare il rischio di perdita di specifici HLA sulla base delle caratteristiche genetiche di paziente e donatore. Questo strumento potrebbe aiutare i centri trapianto a valutare in modo più accurato il rischio di recidiva con perdita di HLA, selezionare donatori con configurazioni immunogenetiche meno favorevoli all’evasione. I dati indicano inoltre che, dopo la perdita di HLA, alcune terapie comunemente adottate possono diventare inefficaci, mentre altre strategie risultano più promettenti.
Le prospettive delineate dallo studio vanno verso una medicina di precisione anche nel contesto del trapianto allogenico, integrando sistematicamente le informazioni immunogenetiche nella pratica clinica. (Agenbio) Alessio Lucarelli 10:00




