Roma, 8 luglio 2026 (Agenbio) – L’11 giugno la NOAA ha dichiarato ufficialmente l’inizio della stagione di El Niño 2026, riaprendo l’interrogativo su quali conseguenze il fenomeno climatico avrà quest’anno — non solo sulla terraferma, ma anche sugli ecosistemi oceanici, spesso trascurati nel dibattito pubblico. Secondo Dillon Amaya, climatologo della NOAA, gli effetti sui mari meritano la stessa attenzione riservata agli impatti su meteo, economia e salute globale.
El Niño altera la temperatura superficiale dell’oceano lungo un’area di circa 10mila chilometri al largo delle coste dell’Ecuador, con un aumento medio di 1-2 gradi. Una variazione apparentemente contenuta, ma sufficiente a generare le cosiddette ondate di calore marine, capaci di alterare il metabolismo di numerose specie ittiche fino a comprometterne la sopravvivenza: nel Golfo dell’Alaska, un evento di questo tipo aveva determinato un crollo del 70% delle popolazioni di merluzzo del Pacifico. Le conseguenze si estendono ai coralli, soggetti a fenomeni di sbiancamento, e alle alghe, fino agli spiaggiamenti di mammiferi marini legati allo stress termico degli ecosistemi.
Un dato meno noto riguarda la profondità: secondo una ricerca del 2023 condotta dallo stesso Amaya, le ondate di calore marine non restano confinate alla superficie, ma possono manifestarsi anche sui fondali, dove risultano talvolta più intense e persistenti rispetto a quelle superficiali, mettendo a rischio specie bentoniche meno esposte alle variazioni climatiche immediate. Le previsioni della NOAA indicano un’intensificazione del fenomeno nei prossimi mesi, con temperature anomale che potrebbero interessare quasi metà degli oceani del pianeta entro la fine del 2026, e le coste di California, Messico e parte dell’Oceano Indiano tra le aree a maggior rischio. (Agenbio) Emanuela Birra 12:00




