Roma, 10 aprile 2026 (Agenbio) – L’ultimo report Istat traccia il profilo di un Paese tra i più longevi al mondo (83,4 anni), ma l’aumento delle patologie croniche e della multimorbilità impone una riflessione urgente sul ruolo della prevenzione e dei professionisti della salute.
In ogni caso l’Italia si conferma una “terra di centenari”. Gli ultimi dati diffusi dall’Istat nel report “La salute: una conquista da difendere” certificano un traguardo straordinario: la speranza di vita alla nascita ha raggiunto la media di 83,4 anni. Un progresso che, dal 1990 ad oggi, ha visto un incremento di circa 8 anni per gli uomini (81,5) e di 6,5 per le donne (85,6).
Tuttavia, dietro il successo della longevità si nasconde una realtà epidemiologica complessa: non sempre si invecchia in salute. Il rovescio della medaglia è rappresentato dalla crescita esponenziale delle patologie cronico-degenerative e della multimorbilità, una condizione che oggi interessa circa 13 milioni di cittadini.
Se nell’Ottocento la sfida principale era la sopravvivenza infantile (con una mortalità di 230 su mille nati, contro i 2,7 attuali), il XXI secolo ci pone di fronte a patologie tipiche dell’età avanzata. I tumori e le malattie cardiovascolari sono diventati i principali determinanti della mortalità, rappresentando rispettivamente il 26,3% e il 30% dei decessi nel 2023.
A preoccupare è anche la diffusione di ipertensione e diabete, alimentata non solo dall’invecchiamento demografico, ma anche da stili di vita scorretti. Nonostante ciò, si registra un dato incoraggiante: la percezione dello stato di salute è migliorata, soprattutto nelle fasce più anziane, a testimonianza di una medicina che riesce a cronicizzare le malattie e a migliorare la qualità della vita residua.
Come sottolineato dall’epidemiologo Giovanni Rezza, l’efficienza del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) e l’universalità dell’accesso alle cure sono stati i pilastri di questa evoluzione. Tuttavia, le marcate differenze regionali nella speranza di vita (dagli 82 anni della Campania agli oltre 86 delle Marche) evidenziano come la qualità dell’assistenza e la prevenzione territoriale giochino un ruolo decisivo.
In questo scenario, il biologo si conferma una figura chiave. Dalla ricerca oncologica alla diagnostica molecolare, dal monitoraggio dei parametri metabolici alla consulenza nutrizionale per il contrasto alle malattie dismetaboliche, il contributo della nostra categoria è fondamentale per sostenere il peso della transizione demografica.
La sfida per il futuro è chiara: passare da una medicina d’attesa a una medicina d’iniziativa. Per proteggere il SSN e garantire la sostenibilità delle cure, è necessario investire sulla diagnosi precoce e sulla corretta gestione della multimorbilità. La longevità non deve essere solo un dato statistico, ma una conquista di benessere sociale e individuale che la comunità scientifica, con i Biologi in prima linea, è chiamata a difendere e promuovere. (Agenbio)




