Roma, 25 agosto 2026 (Agenbio) – Le malattie infiammatorie croniche intestinali — malattia di Crohn e colite ulcerosa, raggruppate sotto l’acronimo MICI — non sono più una rarità. Le stime più recenti proiettano nei prossimi dieci anni una prevalenza paragonabile a quella della celiachia, con un caso ogni cento persone. Eppure, molti pazienti attendono mesi, a volte anni, prima di ricevere una diagnosi: i sintomi iniziali sono spesso aspecifici, comuni a molte altre condizioni, e il pensiero va all’intestino solo dopo aver escluso tutto il resto. Le MICI si sviluppano in soggetti geneticamente predisposti quando fattori ambientali innescano una risposta immunitaria anomala nei confronti del microbiota intestinale. La predisposizione genetica non è modificabile, ma l’ambiente lo è: il fumo di sigaretta aumenta il rischio di malattia di Crohn e ne peggiora il decorso; una dieta di tipo occidentale, ricca di zuccheri raffinati e povera di fibre, altera la composizione del microbiota riducendone la diversità protettiva; l’uso non necessario di antibiotici nella prima infanzia perturba in modo duraturo la colonizzazione batterica intestinale. Anche l’esposizione cronica a inquinanti atmosferici e sostanze chimiche persistenti come i PFAS è stata associata in diversi studi a un rischio aumentato. Studi pubblicati su Gastroenterology nel 2025 indicano che la finestra prenatale e la prima infanzia rappresentano periodi critici in cui queste esposizioni possono modellare in modo duraturo il sistema immunitario. Sul piano diagnostico, la calprotectina fecale — una proteina prodotta dai globuli bianchi intestinali, elevata in presenza di infiammazione della mucosa — è oggi il primo esame orientativo, abbinato all’ecografia intestinale e, per la diagnosi definitiva, all’endoscopia con biopsia. Il panorama terapeutico si è invece arricchito significativamente: ai biologici anti-TNF di prima generazione si sono aggiunti gli anti-integrine, gli inibitori dell’interleuchina 23 e, più recentemente, le piccole molecole somministrabili per via orale come i JAK inibitori. La frontiera più promettente sono gli anticorpi bispecifici, in grado di bloccare simultaneamente due bersagli infiammatori, con l’obiettivo di superare il tetto terapeutico delle terapie attuali. (Agenbio) Emanuela Birra 9:00




