Roma, 10 giugno 2026 (Agenbio) – La riforma della medicina territoriale è stata ufficialmente ritirata dal Ministero della Salute. Il dietrofront del Governo avrebbe cancellato il decreto legge che prevedeva il passaggio parziale alla dipendenza per i medici di medicina generale e il loro inserimento strutturale nelle Case di Comunità. La decisione sarebbe stata comunicata oggi dal capo di gabinetto Marco Mattei agli assessori regionali alla sanità. Lo riferisce l’agenzia Ansa. L’atto normativo, fortemente contestato dai sindacati di categoria nei mesi scorsi, sarà ora sostituito da un accordo alternativo. Quest’ultimo potrebbe essere approvato tramite un emendamento governativo o integrato nell’atto di indirizzo per il rinnovo della convenzione con la medicina di famiglia.
Le ragioni del blocco politico e sindacale. Il progetto di riorganizzazione dell’assistenza primaria si è arenato a causa di profonde divisioni politiche nella maggioranza e del netto rifiuto dei sindacati medici. Le sigle sindacali avevano espresso forte preoccupazione per il rischio di una “de-professionalizzazione” della categoria. Veniva contestata in particolare l’imposizione di modelli organizzativi di tipo ospedaliero applicati in modo rigido alla medicina del territorio. Tra le principali critiche emerse nelle scorse settimane, si segnalavano:
Esclusione dei medici esperti. Il testo legava l’accesso alla dipendenza al possesso del titolo di specializzazione, penalizzando i professionisti con anni di servizio ma privi di tale percorso.
Rischio fuga dei giovani. I medici in formazione e i neodiplomati avrebbero potuto abbandonare la medicina territoriale per evitare vincoli d’assunzione rigidi.
Il futuro delle Case di Comunità e del PNRR. Il ritiro del decreto mette a forte rischio la piena operatività delle Case di Comunità finanziate dal PNRR. Senza un quadro normativo chiaro, il Ministero della Salute sta valutando una soluzione di ripiego meno invasiva per garantire l’apertura dei presidi territoriali.
Allo studio resta l’ipotesi di inserire nella prossima convenzione medica un obbligo orario ridotto, pari ad almeno 6 ore settimanali da svolgere all’interno delle strutture di prossimità. Questo compromesso servirebbe a tutelare gli investimenti europei evitando il collasso organizzativo dei nuovi centri assistenziali.Il tavolo di confronto istituzionale tra il Ministero e le Regioni cercherà ora una convergenza rapida per inserire la modifica nell’atto di indirizzo contrattuale, i cui tempi di approvazione rimangono tuttavia estremamente ristretti. (Agenbio)




