Roma, 30 marzo 2026 (Agenbio) – Non era mai stato avvistato, eppure c’è. Il capodoglio pigmeo (Kogia breviceps), uno dei cetacei più elusivi al mondo, è ufficialmente un abitante del Mar Mediterraneo. La conferma non è arrivata dai binocoli degli avvistatori, ma dalle più avanzate tecniche di DNA ambientale (eDNA), in uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Mammal Review.
La ricerca, coordinata dalla professoressa Elena Valsecchi (Università di Milano-Bicocca) in collaborazione con la Stazione Zoologica Anton Dohrn e l’ISPRA, dimostra come il monitoraggio della biodiversità stia vivendo una rivoluzione metodologica.
I ricercatori hanno utilizzato i traghetti di linea come piattaforme di ricerca, prelevando campioni d’acqua (12 litri per stazione) in 393 punti diversi. Le analisi di laboratorio hanno rivelato la presenza del DNA di Kogia breviceps in ben dieci campioni distribuiti in un’area vastissima, dal Mar Tirreno fino allo Stretto di Gibilterra.
Il capodoglio pigmeo è un animale di piccole dimensioni (3-3,5 metri) che conduce una vita quasi esclusivamente pelagica e profonda. La sua strategia di difesa è unica tra i cetacei: possiede un sacco intestinale contenente un liquido bruno-rossastro che espelle quando si sente minacciato, creando una nuvola di “inchiostro” per confondere i predatori (prevalentemente squali e orche).
Secondo i ricercatori, è proprio questo meccanismo a spiegare perché i rilevamenti di DNA siano stati più frequenti durante la notte. È probabile che l’animale, interagendo con i predatori nell’oscurità, rilasci questo fluido che, essendo ricchissimo di materiale organico, funge da “impronta genetica” massiva, permettendo ai biologi di rilevarne il passaggio anche a distanza di tempo.
Questa scoperta solleva nuovi interrogativi sulla gestione delle aree marine protette e sull’impatto delle attività umane. Se una specie così complessa è rimasta nascosta per decenni in un bacino antropizzato come il Mediterraneo, quante altre informazioni sfuggono ancora ai metodi di censimento tradizionali?
Il successo di questo studio ribadisce il ruolo centrale del biologo nell’implementazione di protocolli di monitoraggio non invasivi e ad alta sensibilità, fondamentali per mappare la distribuzione di specie rare o aliene e per proteggere ecosistemi fragili sotto la pressione dei cambiamenti climatici. (Agenbio)




