Roma, 4 marzo 2026 (Agenbio) – Una variante genetica capace di ostacolare la crescita del parassita della malaria è stata scoperta da un gruppo di ricerca del Cnr-Irgb di Cagliari e dell’Università degli Studi di Sassari. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, chiarisce anche il meccanismo biologico della protezione e indica una possibile strada per nuovi farmaci. La scoperta nasce da un’osservazione effettuata a partire da analisi genomiche su circa 7mila volontari dello studio di popolazione sardo SardiNIA in Ogliastra, un grande progetto di genetica di popolazione che analizza in che modo il patrimonio genetico degli abitanti dell’isola influenzi migliaia di variabili rilevanti per la salute. I ricercatori avevano individuato una variante del DNA associata a particolari caratteristiche dei globuli rossi, le cellule del sangue in cui vive il parassita della malaria. Gli scienziati hanno poi ricostruito passo dopo passo il meccanismo biologico alla base delle osservazioni genetiche. «La variante riduce l’attività del gene CCND3 che regola lo sviluppo dei precursori dei globuli rossi – spiega Maria Giuseppina Marini, prima autrice dello studio insieme a Maura Mingoia e Maristella Steri del Cnr-Irgb, producendo globuli rossi circolanti più grandi e con caratteristiche particolari. Con esperimenti durati diversi anni abbiamo spiegato del dettaglio i meccanismi molecolari e biologici alla base di queste osservazioni».
«La genetica umana conserva tracce delle malattie del passato – spiega Francesco Cucca, genetista dell’Università di Sassari e del Cnr-Irgb, coordinatore dello studio -. Questo ci permette di individuare adattamenti biologici selezionati dall’evoluzione. Abbiamo quindi ipotizzato che la malaria, storicamente endemica in Sardegna, potesse essere la pressione evolutiva che ha favorito la diffusione della variante». E quando i globuli rossi provenienti da individui con quella variante sono state infettati in laboratorio con il Plasmodium falciparum — il principale agente della malaria — il parassita non riesce a proliferare normalmente.
«Abbiamo osservato una forte inibizione della crescita del parassita fino alla sua morte – spiega Antonella Pantaleo dell’Università di Sassari, che ha coordinato gli esperimenti di infezione in laboratorio. Il fenomeno è legato a un aumento dello stress ossidativo nei globuli rossi, un meccanismo simile a quello che protegge le persone con deficit di G6PD in quanto crea un ambiente inospitale per il parassita in queste cellule». (Agenbio) Etr 12:00




